Le aziende e il digitale dopo l’emergenza Covid-19

Le aziende e il digitale dopo l’emergenza Covid-19

Una cosa è stata chiara da subito, appena iniziato il lockdown: del digitale non possiamo più fare a meno. Questo ovviamente era vero anche prima, ma non tutti in Italia l’avevano capito.

L’altra cosa che è apparsa evidente è che agli Italiani era stato presentato il conto – salato – di una colpevole arretratezza nel campo del digitale.

L’immagine è stata quella di un paese che non era pronto a questa transizione: abbiamo avuto problemi su molti fronti, dalla Didattica a Distanza – che ormai abbiamo imparato tutti a conoscere con la sigla DaD – alla telemedicina, per non parlare di tanti settori della Pubblica Amministrazione che ancora stentano a far decollare le proprie procedure digitali – non sto pensando solo all’INPS. Oppure lo smartworking che poi in molti casi si riduce a lavoro da remoto che di smart non ha proprio nulla.

Alla tempesta perfetta hanno contribuito molte cose: la mancanza di infrastrutture adeguate, la diffidenza verso il mondo del digitale di molti piccoli imprenditori – per i quali fino a ieri il lavoro da remoto era sinonimo di imbroglio – o la semplice idea, purtroppo diffusa, che tanto per rendere la propria impresa 2.0 bastava chiedere a qualche stagista smanettone di postare immagini – magari di stock – e qualche meme su Facebook. Ci sono ancora aziende che sono presenti su Facebook con profili personali, per dire.

Potremo poi aprire un capitolo intero sull’e-commerce, in particolare tutto quello che riguarda la GDO, ma sicuramente c’è chi l’ha fatto meglio di me. Se ti interessa ti segnalo una delle newsletter di Minimarketing inviata Gianluca Diegoli durante la fase 1 dedicata proprio a questo tema. Intanto ci sono alcuni dati che danno la dimensione di quello che è successo e sta succedendo:

  • Il 75% delle persone che ha effettuato acquisti online a Marzo lo faceva per la prima volta (lo spiega Forbes in questo articolo)
  • Secondo i dati riportati da Nielsen, tra il 28 Febbraio e il 4 Maggio l’e-commerce per i beni di largo consumo è cresciuto in media del 144% (non stupisce quindi che in alcune zone il servizio di prenotazione online sia andato in tilt)
    [aggiornamento 12/5: secondo una ricerca di GFK il 19% delle famiglie non è riuscita a fare la spesa online a causa dei limiti del sistema]

Insomma, anche quelle realtà, spesso start-up, che erano già orientate verso il futuro, hanno fatto fatica a rispondere a una domanda sproporzionata.

Sì, ok, ma ora?

Adesso è arrivato il momento per rimboccarsi le maniche. Sono tanti i settori nei quali intervenire, per le aziende ma anche per i professionisti che operano a vario titolo nel settore del digitale. E in ognuno di questi ambiti saranno i professionisti, le persone preparate a fare la differenza. Sì, perché come è già stato notato da molti, la competenza è uno dei valori in crescita in questo scenario.

Insomma, c’è ampio spazio per i professionisti del digitale per lavorare a una vera digitalizzazione, aiutando le aziende a ripartire.

E-learning, scuola, didattica a distanza

L’apprendimento e l’insegnamento a distanza non possono più essere un’opzione. Occorre quindi un’alfabetizzazione per le aziende e soprattutto per i docenti.

Fare didattica a distanza, per adulti ma soprattutto per i bambini, non vuol dire semplicemente fare una diretta video. E l’adozione di strumenti improvvisati ha messo in luce la poca preparazione riguardo a temi come la sicurezza e la privacy in ambito informatico.

La situazione è quella che ha ben delineato Massimo Mantellini su Internazionale e le soluzioni non possono essere semplici. Però è il caso di cominciare a discutere di qualcosa che vada al di là dell’alternanza delle classi tra lezioni in classe e a distanza. Quali lezioni? Con quali strumenti? E soprattutto: con quali dispositivi e connessioni? Perché quello che dovrebbe preoccupare tutti è il numero di bambini che non hanno accesso a internet o un dispositivo con cui connettersi per seguire la didattica.

Smartworking e lavoro da remoto

Lavorare da casa, davanti al computer, non è per tutti ma ha i suoi vantaggi e dispiace che ci sia voluta una pandemia per cominciare a pensare di renderlo una cosa accettabile.

Finita l’emergenza però sarebbe bene normare adeguatamente questo tipo di prestazione lavorativa e fornire a chi lavora da casa i giusti strumenti per poter collaborare con gli altri.

Anche in questo caso occorrono persone preparate che possano orientare le aziende nella scelta degli strumenti più adatti. La questione della sicurezza di Zoom dovrebbe far riflettere tutti sui pericoli di scelte fatte in fretta e furia.

Nuovi format per la cultura e lo spettacolo

In questi due mesi sono state tante le iniziative che hanno portato l’arte nelle nostre vite tramite lo schermo del computer o dello smartphone. Ma è chiaro che non possiamo andare avanti all’infinito con dirette social.

Forse per musica e spettacolo alterneremo eventi live, per un numero molto contenuto, con altri su piattaforme dedicate come Twitch Sings. Certo, credo che alcune industrie potrebbero imparare tanto dal mondo del gaming, dove ormai tutto è condiviso online da anni. O magari torneremo a fare concerti su Second Life (speriamo di no)? Oppure ancora ci sarà un “Netflix della cultura” – o più realisticamente partnership con i grandi player dello streaming?

In ogni caso occorre ripensare il sistema della fruizione della cultura, perché sia effettivamente utile per chi la fruisce e sostenibile per chi la realizza. Dovrà cambiare anche il sistema dei diritti per le riprese degli spettacoli, che chiaramente non è al passo con i tempi.

Intanto voglio darti un dato che fa riflettere: la sola galleria degli Uffizi – che, va detto, aveva avviato da un po’ la sua transizione al digitale – ha registrato in questo periodo circa 3,7 milioni di visite per le sue mostre online. Un numero impressionante.

Shopping

Provarsi un vestito prima di acquistarlo non sarà cosa facile, anche perché la sanificazione imposta per legge comporta non pochi problemi per alcuni materiali. Per questo spuntano fuori varie proposte, una su tutte le visite virtuali in boutique – in questa intervista ne parla Marco Palmieri per i suoi brand – e consulenze in diretta per le “commesse influencer” del gruppo Miroglio.

Per chi fa web marketing: direi che in questo scenario le collaborazioni con influencer seri e affidabili rimarranno uno dei trend in crescita.

Più in generale tutto lo shopping subirà una trasformazione dalla quale non torneremo indietro. Quindi se come me ti occupi di web marketing, di comunicazione o di Digital Strategy inizia ad attrezzarti. Perché ad esempio se l’accesso ai negozi fisici sarà limitato, la cura dei contenuti farà la differenza.

Quindi – ad esempio – gli e-shop con schede prodotto minimali saranno probabilmente destinati a soccombere, come quelle realtà che non riescono a comunicare sui social quello che normalmente a distanza non si può sperimentare.

Cibo e ristorazione

Molti di quelli che reputavano superfluo il cibo a domicilio si sono dovuti ricredere. E probabilmente anche dopo la fine della pandemia chi potrà permetterselo non rinuncerà ai piatti preferiti a domicilio. Magari ripensando anche gli stessi servizi di delivery in modo che siano più equi e sicuri sia per i lavoratori che per i clienti.

Inoltre mentre il settore si ingegna per permettere a tutti di godersi una cena al ristorante in sicurezza, nulla vieta di lavorare per rendere il processo di ordinazione e scelta del menu più semplice, sfruttando le tecnologie digitali.

Già alcuni ristoratori hanno cominciato a muoversi in questo senso: dalle cene in streaming, con la presenza virtuale dello chef, ideate da un ristoratore fiorentino, fino alle app che rendono il menù contactless.

Viaggi e turismo

Non è un segreto: il settore del turismo sarà sicuramente uno dei più colpiti. A Febbraio ero presente a una fiera di settore e si parlava ancora di come arginare l‘overtourism, mentre in meno di due settimane si è passati a chiedersi come sopravvivere in uno scenario in cui il turismo è praticamente inesistente. Sembra una vita fa, ma sono passati solo 2 mesi.

La decisione di AirBnB di tagliare il 25% dei posti di lavoro aiuta a capire la dimensione del fenomeno a livello globale.

In questo settore il digitale si imporrà come mai prima d’ora: dalle app per la prenotazione, utili per gestire i flussi – quando ci saranno – ai sistemi di tracciamento, fino ai servizi da mettere a disposizione nelle strutture. Perché se è vero che non potremo fare a meno delle riunioni su zoom, le strutture ricettive dovranno fornire questi strumenti ai proprio ospiti, soprattutto in ambito business.

Le proposte digitali, posso garantirtelo, non mancano. Puoi avere un’idea guardando i pitch dell’hackaton organizzato da Travel Appeal durante il lockdown.



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