Il concorso no, non l’avevo considerato. Il caso Carpisa.

Il concorso no, non l’avevo considerato. Il caso Carpisa.

La notizia del concorso Carpisa è una di quelle che lasciano l’amaro in bocca. Da qualche giorno infatti è apparsa in rete la notizia di un concorso bandito da Kuvera Spa, proprietaria del noto marchio Carpisa.

Il concorso si rivolge a “consumatori” (sic) di età compresa tra i 20 e i 30 anni che abbiano acquistato una borsa Carpisa della nuova collezione A/I 2017-18. Potete leggere i dettagli sul mini-sito dedicato.

Chi ha questi requisiti può partecipare al concorso Carpisa vero e proprio che prevede l’invio di un piano di comunicazione “professionale” (sic). Il premio in palio è un contratto di stage della durata di soli 30 giorni e un corrispettivo di 500,00€, più vitto (presso la mensa aziendale) e alloggio (presso la foresteria). Una vera pacchia insomma. Il premio potrà essere “fruito” (veramente, c’è proprio scritto così!) dal 6 Novembre al 5 Dicembre.

Screenshot della pagina Facebook Carpisa

Carpisa è riuscita a condensare talmente tanti errori in un’unica iniziativa da renderlo qualcosa di più di una semplice caduta di stile. No, questo è proprio un vero e proprio Epic Fail.

Un’iniziativa che svilisce il lavoro dei professionisti della comunicazione e che offende chi questo lavoro vorrebbe farlo ed è in cerca di un’opportunità in un panorama già abbastanza degradante.

Su una cosa credo però siamo tutti d’accordo con Carpisa: hanno decisamente bisogno di un nuovo responsabile comunicazione.

Come professionista della comunicazione quello che mi ha sconvolta è che la redazione di un piano di comunicazione sia oggetto di un concorso per consumatori. Sì perché il termine usato nel bando è proprio “consumatori”, non professionisti. Questo nonostante nel bando sia specificato che il piano elaborato deve essere “professionale”.

La comunicazione non è un gioco: i dettagli del concorso Carpisa

E in effetti la richiesta è professionale, visto che il piano di comunicazione, sempre secondo quanto specificato da Carpisa, deve comprendere:

I partecipanti al concorso dovranno elaborare un piano di comunicazione per il lancio sul mercato della
capsule collection Carpisa firmata da Penelope e Monica Cruz, collezione ss2018, che includa:

1 – Definizione dei punti di forza e il messaggio del prodotto;
2 – Analisi del posizionamento del brand;
3 – Evidenza degli obiettivi del lancio;
4 – Definizione del target di riferimento;
5 – Definizione del budget;
6 – Dettaglio delle tattiche ed elenco delle azioni di comunicazione.

Questo insomma è un brief di progetto, non il tema di un concorso a premi. E quando si parla di posizionamento di un brand o di definizione di un target, per non parlare di tattiche e azioni di comunicazione, stiamo parlando di attività professionali. E un professionista si paga.

Bandire un concorso di questo tipo significa svalutare il lavoro di professionisti che hanno imparato a svolgere questa attività con anni di studio e di lavoro sul campo, dopo una lunga gavetta. Ci si arriva alla fine di un percorso fatto di sacrifici tra stage (veri) e lavori pagati poco e in ritardo, investendo in master e corsi.

A dire il vero io sono contraria anche alle piattaforme per i concorsi di idee, che in genere retribuiscono poco la creatività rispetto ai prezzi di mercato e agli standard di bandi per i professionisti. Ma qui si va ben oltre, richiedendo un piano strutturato, con tanto di analisi di posizionamento e dettaglio del piano di comunicazione – quindi non si tratta di una bozza ma di uno schema esaustivo.

Screenshot del bando di concorso Carpisa

Il piano di comunicazione fatto bene

Come ha ben spiegato una collega con più esperienza di me in un recente post su LinkedIn il tipo di piano richiesto dal bando Carpisa richiederebbe la presenza di più professionisti e un budget che da solo si aggirerebbe attorno ai 25.000 € – io suggerirei più realisticamente 30.000€. E anche le tempistiche sarebbero ben diverse da quelle suggerite da Carpisa.

Il concorso è infatti iniziato il 24 Agosto e termina il 6 Settembre – circa 2 settimane mentre un piano del genere richiederebbe circa 3 mesi di lavoro. Perché non stiamo parlando di una cosa qualunque ma del lancio di una collezione. Cioè una questione dannatamente seria per qualunque brand.

Per i non addetti ai lavori, un piano di comunicazione per un lancio di collezione è una cosa che non riguarda solo un singolo professionista. Un progetto di questo tipo si porta avanti lavorando insieme all’azienda e alle sue risorse, richiede una certa conoscenza del cliente, del suo mercato e di altri aspetti importanti. Una cosa che non si improvvisa e non si crea in solitudine.

Uno stage non è un premio

Ma veniamo all’aspetto del concorso Carpisa che mi ha fatto veramente arrabbiare: lo stage come premio finale.

Premetto: io ho cominciato a lavorare in questo settore nel 2001, a soli due mesi dalla laurea. In altre parole faccio parte di quella generazione che ha visto i Co.Co.Co. e gli stage diventare uno standard di lavoro e una regola di vita. Quasi tutti noi abbiamo fatto secondi lavori per supportare quello ufficiale, quello da creativi, spesso mal pagato e pagato in ritardo nei modi più fantasiosi.

In questi 16 anni mi è stato proposto quasi di tutto: dagli stage non retribuiti al lavoro di scrittura retribuito in base ai click generati dai post. Dalla richiesta di progetti professionali in cambio di visibilità ad accordi improbabili. Ho lavorato con contratti di collaborazione occasionale che si protraevano per anni e ho fatto la freelance con orari per dipendenti. Sono stata una lavoratrice interinale e ho sperimentato i contratti di inserimento. Insomma vi siete fatti un’idea.


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Ecco, fino a ieri a un/a neolaureato/a avrei detto con sufficienza parafrasando il replicante di Blade Runner: ho visto cose che voi giovani non potete nemmeno immaginare.

Ecco, oggi invece mi scuserei e con un’altra citazione datata direi: il concorso no, non l’avevo considerato. Perché oggettivamente il concorso Carpisa supera ogni limite.

Il lavoro non è un regalo e non deve esserlo nemmeno lo stage. Perché lo stage dovrebbe essere un percorso di formazione (per lo stagista) e di conoscenza (per l’azienda) finalizzato a un inserimento lavorativo. Un investimento e non lo sfruttamento di lavoro a bassissimo costo. Inoltre la selezione per uno stage – se proprio vogliamo considerarla tale – non dovrebbe essere nemmeno subordinata all’acquisto di un prodotto della stessa azienda.

Stage, investimenti e reciprocità

In altre parole nell’offerta di stage del concorso Carpisa non c’è reciprocità: c’è lo sfruttamento di un’idea, magari brillante, pagata con un misero rimborso spese e una durata ridicola. 30 giorni non bastano nemmeno per capire come funziona un’azienda, per familiarizzare con processi e funzioni. Praticamente è un giro turistico. E c’è la pretesa dell’acquisto di un prodotto per poter accedere alla selezione. Una cosa particolarmente spregevole, dato che ci si rivolge a giovani che se sono disposti ad accettare uno stage con una bassa retribuzione non nuotano sicuramente nell’oro.

D’altra parte l’investimento da parte di Carpisa è inesistente. Non si parla di nessuna prospettiva di inserimento. Al contrario nel bando ci si preoccupa di specificare che i partecipanti (tutti, anche quelli che non vincono) rinunciano ai diritti sui propri elaborati. Quindi: se nel vostro piano c’è un’idea particolarmente brillante, l’azienda potrà utilizzarla, anche se voi rimarrete con un pugno di mosche.

A parte l’immediata coda di polemiche sui social, sono curiosa di vedere cosa succederà tra qualche giorno. Intanto sui canali social dell’azienda non ci sono risposte ufficiali ai tanti commenti di sdegno. Quindi, chi ha partorito questa idea geniale oltre a non avere un briciolo di sensibilità non ha nemmeno un piano di crisis management. Magari potevano specificarlo nei requisiti del piano di comunicazione oggetto del contest…



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