Scrittura, frattali e replicanti. Riflessioni su Blade Runner 2049

Scrittura, frattali e replicanti. Riflessioni su Blade Runner 2049
Attenzione, questo post potrebbe contenere spoiler. Se non avete ancora visto il film, vi consiglio di non leggere oltre.
Ma potete sempre inserire questa pagina tra i bookmark e tornare a leggerla successivamente 😉

Per chi come me si occupa di contenuti, la scrittura è importantissima. La scrittura è stata e sempre sarà il mio primo amore e gran parte del mio lavoro ha sempre riguardato la parola scritta.

E come tutti quelli che scrivono per lavoro sono una lettrice vorace, apprezzo testi e contenuti ben scritti e mi piace scoprire fin dove ci si possa spingere con la scrittura.

Ho parlato volutamente di contenuti e non solo di letteratura – racconti, romanzi o novelle sono solo una parte della storia. Adoro il cinema, da sempre, e amo le sceneggiature ben fatte.

Le sceneggiature, come i testi teatrali, sono a mio avviso tra i generi letterari più trascurati, eppure sono fondamentali.

Per non parlare dell’invisibile lavoro di scrittura che sta dietro a un gioco – che si tratti di un’avventura del caro vecchio D&D o di un moderno videogame -, a un fumetto o ancora a una graphic novel. Stiamo parlando quindi di scrittura in senso lato.

Quando qualche giorno fa sono andata a vedere Blade Runner 2049 mi sono trovata davanti a un film scritto – e costruito – magistralmente. Ho pensato quindi che meritasse qualche riflessione “tecnica” per quanto riguarda la scrittura. Perché anche se nessuno di noi scriverà mai un film, credo che si possa sempre imparare qualcosa di utile da un lavoro ben fatto.

Quindi questa non è una recensione, e non intendo analizzare gli aspetti visuali del film. Approfondire l’universo visivo sarebbe interessante, perché il regista Denis Villeneuve e il direttore alla fotografia Roger Deakins hanno fatto un lavoro straordinario. Se siete interessati su Indiewire c’è un bell’articolo che fa un po’ il punto sull’argomento.

Semplicemente ho pensato che per chi si occupa di contenuti, e soprattutto di materiale multimediale, questo film offra molti spunti di riflessione, come del resto anche il film precedente di Villeneuve Arrival.

Circolarità e simmetrie: perché Blade Runner 2049 funziona

Ci sono due cose che istintivamente danno al lettore o allo spettatore un senso di completezza e solidità: la circolarità e la simmetria. Pensate all’Odissea o a romanzi come Uomini e topi Cime tempestose.

Nel cinema gli esempi sono tantissimi – soprattutto nei generi horror o fantascienza dove questi cerchi spesso si moltiplicano.

La struttura circolare permette da un lato di completare un ciclo narrativo, dall’altro di dare il via a un nuovo inizio – spesso l’eroe si trova sì al punto di partenza, ma è cambiato profondamente. Oltre a dare lo spunto per sequel infiniti – e spesso non necessari – la circolarità permette di chiudere un arco narrativo, lasciando al lettore/spettatore la sensazione che qualcosa sia ancora possibile. E, diciamolo, per noi che leggiamo un libro o guardiamo un film questo è molto gratificante, perché se da un lato ci rassicura, dall’altro ci fa volare con la fantasia.

La simmetria è altrettanto interessante, e permette di lavorare su più piani paralleli. L’introduzione di elementi simmetrici permette di sviluppare analogie e metafore, e nel caso di simmetrie anomale, come quelle dovute al riflesso degli specchi, possiamo giocare su ulteriori piani di significato. I tòpoi in questo caso sono veramente infiniti.

Blade Runner 2049 funziona in larga parte perché è al tempo stesso simmetrico e circolare, anche se in un modo tutto suo. Il film infatti è simmetrico rispetto all’originale Blade Runner del 1982 – alcune scene sono quasi sovrapponibili – e insieme a questo chiude un cerchio narrativo.

Blade Runner 2049 si riaggancia perfettamente al film precedente. In realtà non si tratta solo ingraziarsi i fan più accaniti disseminando elementi qua e là in modo furbo. Villeneuve va oltre, partendo da quegli stessi spunti e costruendo una trama perfettamente speculare alla prima, in cui però gli elementi sembrano restituiti da uno specchio distorto. Piccole differenze o dissonanze, che rendono tutto estremamente inquietante.

Dove portano queste simmetrie e questi rimandi? La forza del film sta proprio qui, a mio avviso. La convergenza dei due film è infatti, curiosamente, non all’inizio, ma oltre la metà, quando Wallace incontra Deckard, suggerendo che forse tutto ciò che è avvenuto fino a quel punto non sia proprio casuale. Ci si arriva non tramite le parole, che sono ridotte al minimo, ma grazie a una sapiente giustapposizione di scene, suoni, e colori.

Una scrittura che non è fatta di parole, ma in un certo senso degli spazi vuoti tra le parole. Una scrittura che Mereghetti sul Corriere ha definito giustamente “rarefatta” coniando per il film il termine “meta-sequel”.

La sceneggiatura frattale

Al termine del film Villeneuve ci ha riportato alla situazione iniziale, con l’avvio di un nuovo cerchio: ci sono ancora replicanti da “ritirare”, questo è ovvio. E la situazione è di nuovo sfuggita di mano, come era successo con la fuga di Rachel e Deckard trent’anni prima. Un cerchio si chiude e se ne apre un altro, con altrettante domande senza risposta.

Ma quello che colpisce di questo film non è solo la circolarità di alcune sotto-trame. In fondo gli esempi di questo tipo si contano a dozzine nel cinema degli ultimi anni. No, qui c’è qualcosa di più. E lo si intuisce dalle primissime frasi che sentiamo pronunciate fuori campo.

A system of cells interlinked within
Cells interlinked within cells interlinked
Within one stem. And dreadfully distinct
Against the dark, a tall white fountain played.

Come ho già scritto su un altro blog, forse non è un riferimento chiarissimo, ma si tratta di una citazione da Pale Fire di Vladimir Nabokov (in italiano Fuoco Pallido, Adelphi 2002). Se non vi siete mai occupati di letteratura in modo approfondito, forse questo titolo non vi dirà molto. Ho visto citare questi brani anche in alcuni forum – oggi basta poco a rintracciare un testo letterario – ma sembra che pochi sappiano di cosa si tratta.

Diciamo che Fuoco pallido sta alla letteratura come un quadro di M.C. Escher sta alla pittura. I versi che udiamo all’inizio del film, nella storia hanno un ruolo ben preciso: sono un test che serve per valutare se un Blade Runner, un replicante in questo caso, al termine di una missione è in grado di continuare il suo lavoro.

Nel romanzo di Nabokov la stessa strofa è parte di un poema di 999 versi – cifra perfettamente simmetrica e palindroma. Il poema, scritto da un poeta fittizio, è a sua volta presentato da un critico – fittizio – che lo correda di note. Per ricostruire la storia occorre ricomporre gli elementi sparpagliati tra poema, che è circondato da un commento, che a sua volta si svela nelle note. Un sistema di cellule intrecciate all’interno di cellule intrecciate all’interno di cellule intrecciate.

E guardando Blade Runner 2049 si ha veramente l’impressione di avere di fronte qualcosa di molto vicino a un frattale: una struttura che si replica all’infinito sempre uguale a se stessa su qualunque scala.

E non è un semplice gioco con gli spettatori, un po’ come gli easter egg nascosti dagli sviluppatori in software e videogames. Il senso di questo meccanismo innesca questioni filosofiche, che pur senza essere mai esplicitate – i dialoghi sono veramente minimali – sono alla base di tutta la storia.

Questa struttura che si ripete sempre uguale a se stessa fa pensare a schemi predeterminati, che rendono il libero arbitrio una semplice illusione. Non solo per i replicanti, ma anche per gli umani. Come se questa storia fosse già stata scritta.

Personalmente ho trovato questa struttura narrativa, che si svela gradualmente non tanto nelle parole quanto nelle scene, veramente geniale.

Scrittura, matematica e infinito: un po’ di spunti e qualche lettura

L’idea che scrittura e la matematica o la geometria possano dar luogo a risultati interessanti non è nuova. Pensiamo agli esperimenti dell’OuLiPo, o alla logica combinatoria di lavori come Il castello dei destini incrociati. Sono passati molti anni dalla fondazione dell’Oulipo, ma credo che questi temi siano ancora interessanti per chi scrive.

Lo spunto, curiosamente arriva proprio da Michael Green, uno degli sceneggiatori di Blade Runner 2049 in una recente intervista che parlava proprio di come non si può scrivere sceneggiature senza lavorare con la matematica.

Personalmente ho pensato subito a un libro che ho letto alcuni anni fa e che ho trovato veramente interessante: Goedel, Escher e Bach. L’eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter (Adelphi 1990). Si tratta di una letteratura complicata ma che alla fine si ripaga, ed insegna a guardare a tutto – non solo ai quadri di Escher e alle fughe di Bach – con occhi diversi.

Per rimanere su aspetti più filosofici ma sempre legati a concetti che sono anche propri della matematica – come l’infinito – non si può che pensare a Borges. Tra i lavori del maestro argentino si trovano tantissimi spunti: basta pensare a l’Aleph per trovare tante analogie con la storia di cui abbiamo appena parlato.

Se invece volete analizzare la scrittura di Blade Runner 2049 dal punto di vista più tecnico vi segnalo la bella intervista a Green e Fancher – quest’ultimo aveva già sceneggiato il primo film e che qui torna in veste di co-sceneggiatore – che è stata pubblicata su Gizmodo.

Infine resta sempre il romanzo originale di Phillip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (in italiano lo trovate anche in edizioni precedenti con il titolo Cacciatore di androidi Blade Runner). Nonostante per molti non sia il miglior romanzo di Dick, si tratta comunque di una lettura interessante per chi ama la fantascienza distopica e in generale la buona letteratura.

Avete visto il film? Avete suggerimenti di lettura o approfondimenti?



2 thoughts on “Scrittura, frattali e replicanti. Riflessioni su Blade Runner 2049”

    • Ciao Claudio! Sì, anche io (purtroppo) intravedo un BR03 all’orizzonte. Grazie per l’approfondimento, in effetti è interessante. Non è il primo articolo sul tema che leggo, anzi mi sembra che il dibattito su razzismo e sessismo nella fantascienza, soprattutto quella distopica, sia uno degli argomenti del momento. In effetti meriterebbe un approfondimento tutto suo.

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